Capitolo 2

Un'immagine semplice
Musica consigliata
Mastery Awaits
Berend Salverda - Point Zero
Apri su Spotify
Come ascoltarla
Ascolta il brano una prima volta a volume pieno, poi lascialo in loop come sottofondo fino all’ultima riga del capitolo.
CAPITOLO 2 — Un’immagine semplice L’odore fu la prima cosa che gli arrivò addosso, prima ancora del sangue, prima ancora della morte. Era l’odore della stanza stessa, come se avesse trattenuto il fiato per ore e, nel momento esatto in cui lui mise piede oltre la soglia, avesse deciso di espellerlo tutto in un unico, lento espiro. Un soffio tiepido, pesante, intriso di un silenzio che non apparteneva più a nessuno. Riccardo Serra avanzò di due passi, quel tanto che bastava per far lamentare il parquet sotto il peso dei suoi scarponi. Odiava quel rumore: il cigolio sottile del legno, nelle stanze dove qualcuno era appena morto, gli era sempre sembrato fuori luogo, come una risatina nervosa durante un funerale. L’agente giovane che lo accompagnava si fermò dietro di lui, abbastanza vicino da farsi sentire, abbastanza lontano da non rischiare di toccarlo per sbaglio. «È qui», disse, ma la sua voce tradì una sfumatura di esitazione che cercava invano di mascherare dietro la professionalità. Serra non rispose. Gli bastò abbassare appena il mento per vedere il corpo disteso a terra, al centro esatto della stanza, come se qualcuno lo avesse posato lì seguendo una geometria precisa. Le braccia non erano tese, non erano ripiegate sul torace in un gesto teatrale; cadevano accanto al corpo in un abbandono quasi studiato. La macchia scura all’altezza del petto non era una macchia: era un buco, un punto nero che aveva bucato anche il tessuto della camicia, allargandosi in una mappa irregolare di rosso scuro. Un colpo solo, netto, pulito. Niente lotta, niente movimento disperato. Niente. Solo un corpo che si era arreso all’istante, senza neppure il tempo di rendersi conto di essere stato sconfitto. Serra si chinò lentamente. La luce filtrata dalla finestra, attenuata dalle tende pesanti, cadeva obliqua sul volto della vittima, rendendo ancora più innaturale la quiete dei suoi tratti. Anche così, disteso sul pavimento con il sangue che gli si allargava sotto come un’ombra ostinata, Oliver Weiss era bello. Troppo bello per essere morto in quella stanza anonima, in quel condominio qualunque a pochi passi dal centro di Vicenza, dove l’unica cosa che avrebbe dovuto morire, normalmente, era la speranza di trovare parcheggio. Serra fissò per un istante gli occhi chiusi del morto, cercando di immaginarseli aperti. Ci riuscì fin troppo bene. Poteva quasi vederli, color ambra, puntati addosso a qualcuno dall’altra parte della stanza. E in quello sguardo immaginato c’era qualcosa che non gli piaceva. Un’eccedenza. Un eccesso di lucidità che, se fosse stato vivo, l’avrebbe infastidito. «Trovato alle otto e quarantatré», recitò l’agente alle sue spalle, come se stesse leggendo da un copione. «La vicina di pianerottolo ha sentito un odore strano nel corridoio. Ha citofonato, nessuna risposta. Ha chiamato il custode. La porta era chiusa ma non a chiave. Sono entrati, l'hanno visto a terra, hanno chiamato il 118 e poi noi.» Serra allungò una mano verso il tavolino vicino alla poltrona, senza toccarlo. Un quaderno chiuso, una penna, un vecchio lettore musicale con le cuffie adagiate in modo ordinato, quasi rituale. Nessun segno di lotta, nessun oggetto fuori posto. «Porta non forzata, niente vetri rotti, niente serrature manomesse», continuò l’agente, più sicuro adesso che stava ripetendo dati oggettivi. «E nessun segno di effrazione sulle finestre. Nientescale antincendio, niente balconi. L’unico accesso è questo.» Serra annuì appena. Il cervello, mentre ascoltava, faceva il lavoro che sapeva fare: metteva insieme i pezzi, cercava le contraddizioni, pesava i dettagli. Una stanza intatta, un corpo in posizione quasi composta, un colpo solo al petto, nessun segno di colluttazione, porta chiusa ma non a chiave. Tutto gridava un’unica parola, che Serra detestava: facilità. Gli omicidi facili non esistevano. Esistevano solo gli omicidi che fingevano di esserlo. «Il medico legale?» chiese, senza staccare gli occhi dal cadavere. «Arriva tra poco. Il dottor Martini è bloccato in corso San Felice per un incidente. Intanto mi ha detto di dirle che, dalla foto che gli ho mandato, il foro d’entrata sembra compatibile con una pistola di piccolo calibro. Ma lo confermerà solo dopo.» Serra si alzò, lentamente, sentendo le ginocchia protestare per l’ennesima volta. Quarantacinque anni cominciavano a farsi sentire nei dettagli: salendo le scale, alzandosi troppo spesso, rimanendo in piedi troppo a lungo in una stanza come quella. Si avvicinò alla finestra, scostando appena la tenda con due dita, quel tanto che bastava per guardare fuori senza farsi vedere da chi era in strada. Il vicolo era stretto, incastrato tra palazzi di tre e quattro piani. Una saracinesca abbassata, un bar all’angolo con le luci ancora accese, un uomo che fumava appoggiato a un motorino, due ragazzi seduti sul gradino di un portone con gli occhi incollati al telefono. Nient’altro. Vicenza di sera, normale e indifferente come sempre. Sembrava impossibile che, a pochi metri da lì, qualcuno avesse premuto un grilletto con quella precisione. «Ha vicini sopra e sotto?» «Sì. Una coppia di anziani al piano di sopra, una studentessa sotto.» «Hanno sentito qualcosa?» «L’anziana di sopra dice di aver sentito un colpo. Ma potrebbe essere qualsiasi cosa. La tv, un mobile che cade… Sai com’è, ispettore, quando glielo chiedi dopo, tutti si ricordano qualcosa.» Serra lasciò ricadere la tenda. Si voltò di nuovo verso la stanza. Non c’era niente da vedere che non avesse già visto. Eppure, più guardava, più aveva la sensazione che qualcosa gli stesse sfuggendo. Si avvicinò alla poltrona. Il tessuto era leggermente increspato sui braccioli, come se qualcuno vi si fosse aggrappato con forza in passato, ma quella sera no. Quella sera la poltrona dava un’impressione diversa, difficile da definire. Serra rimase a guardarla per qualche secondo di troppo, senza avvicinarsi. Non era una questione di ordine o disordine, né di posizione. Era come se quell’oggetto, pur immobile, non avesse ancora smesso di appartenere a qualcuno. Una sensazione vaga, quasi irritante, che non passava attraverso le mani ma attraverso lo sguardo. Qualcuno vi si era seduto. Non lo diceva il calore, non lo diceva una traccia evidente: lo diceva l’assenza di distacco. Non era una prova, non era un dato. Era solo una percezione. Ma a Serra bastava. «Non sembra un incontro finito male.» «In che senso?» chiese l’agente, più per riflesso che per reale curiosità. Serra lo guardò di sottecchi, con quella lentezza che faceva sempre sentire gli altri come se stessero arrivando tardi a una conclusione già presa. «Questa stanza non è una sala d’aspetto dell’ospedale, Berti. Non è un corridoio di stazione. Nessuno entra qui per sbaglio. E soprattutto, nessuno resta se non ha un motivo preciso.» Fece una breve pausa, come se stesse scegliendo con cura l’ultima parola. «Qualunque cosa sia successa, non è nata qui dentro. Qui è solo finita.» L’agente abbassò gli occhi, come se avesse capito di colpo di aver guardato nel posto sbagliato. «Le impronte?» chiese Serra. «Per ora solo le sue», rispose Berti. «La scientifica non ha ancora finito.» «Sul tavolino, sulla maniglia, sul lettore, sulla penna. Nessuna impronta estranea. Niente impronte parziali. Niente guanti dimenticati. Niente di niente.» Serra inspirò lentamente. La parola “niente” cominciava a diventargli indigesta. Si avvicinò al corpo, si piegò quel tanto che bastava per notare un altro dettaglio: il volto. Non c’era traccia di sorpresa fissata nei lineamenti, nessuna smorfia di dolore interrotta a metà. Se non fosse stato per il rosso scuro che gli macchiava la camicia, avrebbe potuto sembrare addormentato. Un sonno profondo, di quelli che non si concedeva da anni. «Sapeva di morire?» chiese, più a se stesso che all’altro. L’agente esitò. «Vuol dire…?» «Vuol dire che non c’è difesa. Non c’è reazione. Non ci sono mani alzate, non ci sono segni sulle braccia. Nessun tentativo di proteggersi il petto. O non ha visto arrivare il colpo, o non gli importava.» Il modo in cui pronunciò quelle parole fece rabbrividire Berti. «Ha studiato psicologia?» chiese, cercando di alleggerire. Serra lo ignorò. «Che sappiamo di lui?» «Vive solo. Nessun familiare a Vicenza. Sul documento risulta nato in Germania, trasferito in Italia da anni. Fa il consulente, qualcosa con la musica e le emozioni, tipo percorsi di crescita, formazione. Ho visto il suo sito: minimal, molta aria, poche parole. Strano, ma elegante.» «Strano come morto o strano come vivo?» ribatté Serra. «Strano come… quelli che si fanno pagare per entrare nella testa degli altri.» Serra accennò un sorriso quasi impercettibile. «Direbbe qualcuno che anche io faccio un po’ lo stesso mestiere», mormorò. L’agente non ebbe il coraggio di confermare. Il medico legale arrivò pochi minuti dopo, con il fiatone e la cartella stretta sotto il braccio. Il dottor Martini era un uomo basso, con la pelle pallida e gli occhi perpetuamente stanchi. Si chinò sul corpo con il rispetto distaccato di chi ha visto troppi cadaveri per lasciarsi ancora impressionare da un foro di proiettile. «Colpo singolo al torace, direi zona cuore, ma non mi sbilancio sulla traiettoria finché non lo apro», borbottò. «Tempo approssimativo della morte: tra un’ora e mezza e due ore fa. Il rigor comincia, ma non è ancora completo. Il sangue è già bello fermo. Non vedo segni di colluttazione, niente ecchimosi, niente graffi. O è stato colto di sorpresa o si fidava moltissimo di chi aveva davanti.» «L’arma?» chiese Serra. «Piccolo calibro, direi. Ma per quello mi serve il proiettile. L’avete trovato?» «No.» Martini alzò un sopracciglio. «Nemmeno nel muro?» «Nemmeno nel muro.» L’uomo si guardò attorno, come se avesse bisogno di verificare di persona che le pareti fossero ancora al loro posto. «Beh, allora o questo signore ha sparato a se stesso con una pistola che poi ha deciso di svanire, o c’era qualcuno qui con lui che è molto bravo a far sparire le cose.» Serra non commentò. Sentì solo un peso farsi più compatto nello stomaco. «Niente residui di polvere da sparo visibili sulle mani», aggiunse il medico legale, dopo un rapido sguardo. «Ma anche questo lo confermeremo dopo, con calma. Per me, a occhio, non è un suicidio.» «Nemmeno per me», disse Serra. «Neanche un po’.» Restò a osservare il corpo mentre veniva imballato, sollevato, portato via. Ogni gesto era meccanico, misurato, quasi delicato. La scena del crimine tende sempre a migliorare quando si toglie il morto: tutto sembra più ordinato, più razionale, più affrontabile. Eppure, quella volta, quando la barella attraversò la porta, Serra ebbe la sensazione opposta. Come se, con il corpo di Oliver, se ne andasse anche l’unico elemento sincero della stanza. Restavano solo muri, oggetti, un tavolino, una poltrona, un quaderno, una penna, un lettore, delle cuffie. E un buco al centro di tutto: l’assenza di chi aveva premuto il grilletto. «Voglio l’elenco completo dei suoi clienti degli ultimi sei mesi», disse, uscendo nel corridoio. «E di chiunque abbia avuto un appuntamento con lui negli ultimi tre giorni.» «Non sarà facile», obiettò Berti. «Se non segnava niente su un’agenda…» «Segnava», lo interruppe Serra. «Uno come lui segna tutto. Magari non dove ce lo aspettiamo. Recuperate il computer, il telefono, qualsiasi supporto troviamo in casa sua. Voglio sapere chi entrava e usciva da quella porta. Nessuno viene qui per caso.» «E la vicina?» «Tra dieci minuti», disse Serra. «Prima voglio vedere il pianerottolo.» Il corridoio del piano era stretto, illuminato da un neon freddo che rendeva tutto più malato. C’era ancora l’odore indistinto di qualcosa di bruciato, residuo di cibo da qualche appartamento e la scia sottile del sangue portata dall’apri e chiudi della porta. La parete accanto all’ingresso dello studio di Oliver era pulita, a parte una minuscola strisciata scura, forse il segno di un paio di scarpe trascinate. L’occhio di Serra registrò tutto senza soffermarsi su niente in particolare. Tre porte: quella di Oliver, quella della vicina, quella del vano scale di servizio. Nessuna telecamera nel corridoio. Nessun occhio neutrale che avesse visto entrare o uscire qualcuno. «Il custode dov’è?» «Giù in portineria.» «Tengono un registro dei visitatori?» «Non qui, ispettore. Non è un hotel.» Serra sospirò appena. Vicenza. Palazzi vecchi con regole vecchie e gente che si fidava del caso più che dei sistemi. «Da quanto tempo abitava qui?» «Dicono tre, quattro anni. Pagava regolarmente. Nessun problema, nessun richiamo. Sempre educato, discreto. Salutava. Tornava spesso verso sera.» Serra annuì, come se quella normalità fosse, in qualche modo, un indizio. Scese le scale lentamente, ascoltando il suono dei propri passi. Ogni gradino era un pensiero che si metteva in fila: una stanza pulita, un colpo solo, nessun proiettile recuperato, nessuna impronta estranea, nessuna traccia evidente di ingresso o uscita, un uomo che lavorava con la musica e con le persone, trovato morto sul pavimento del suo stesso regno. Un omicidio che non voleva essere letto come tale. In portineria, il custode era un uomo grasso e sudato, con i capelli radi e gli occhiali che scivolavano sul naso. Aveva ancora il telefono in mano, come se temesse che smettendo di stringerlo tutte le autorità del mondo gli sarebbero cadute addosso contemporaneamente. Parlò troppo, come fanno tutti quelli che hanno paura di non dire abbastanza. Raccontò dell’odore nel corridoio, della signora che era venuta a cercarlo quasi piangendo, del citofono suonato invano, della porta trovata chiusa ma non a chiave. Ripeté almeno tre volte che lui non toccava mai le porte degli inquilini, che aveva aperto solo perché la donna insisteva, che non aveva messo piede dentro, che aveva visto il corpo e si era voltato subito. Serra ascoltò tutto senza interromperlo, lasciando che le parole si accumulassero fino a formare una massa informe da cui, prima o poi, sarebbe emerso qualcosa. Quando l’uomo ebbe finito, chiese poche cose precise: chi vedeva più spesso salire da Oliver, se aveva mai notato litigi, se aveva aiutato qualcuno a trovare il suo studio, se aveva mai sentito urla, rumori strani, musica troppo alta, voci notturne. La risposta fu quasi sempre la stessa: no. Nessun casino. Nessuna scenata. Nessuna lite sul pianerottolo. Nessuna musica a volume indecente. Solo voci, a volte. Voci basse. Ogni tanto qualcuno che arrivava con la faccia dura e usciva con la faccia diversa. Più leggera, o più rossa. Ma niente di particolarmente memorabile. «Era uno tranquillo», concluse il custode. «Faceva il suo, pagava in tempo, nessun problema. Io l’ho sempre detto: sono quelli tranquilli che portano guai.» Uscendo dal portone, Serra sollevò lo sguardo verso le finestre del piano di Oliver. Da fuori lo studio non aveva niente di speciale. Una finestra come le altre, una luce che adesso era spenta, una tenda che nascondeva il dentro al fuori. Eppure sapeva già, con una certezza che gli rodeva lo stomaco come un’acidità, che quella stanza sarebbe tornata nei suoi pensieri molte volte. Non solo perché era il luogo di un omicidio difficile, ma perché c’era qualcosa in quell’aria, in quell’ordine, in quel vuoto di tracce che gli dava fastidio sul piano più profondo. Come se non fosse stata solo una scena del crimine, ma una messa in scena. Una rappresentazione pensata per qualcuno che guardava da altrove. Si infilò una mano in tasca, cercando le chiavi dell’auto, e in quel gesto, per un attimo, gli venne in mente l’immagine finale che il suo cervello aveva registrato prima che portassero via il corpo: la penna sul tavolino, il quaderno chiuso, il lettore spento. Tutto perfettamente al proprio posto, come se qualcuno, dopo aver sparato, si fosse preoccupato di rimettere a posto l’universo in miniatura di Oliver. «Va bene», mormorò tra sé, mentre la notte di Vicenza gli si stendeva addosso come un cappotto umido. «Se questa stanza non vuole parlare, parleranno le persone che ci sono entrate prima che lui morisse.» Stava per aprire lo sportello dell’auto quando sentì chiamare il suo nome. Non dalla scala, non dal portone. Dalla strada. Si voltò. Un agente della scientifica stava parlando con un uomo in giacca leggera, probabilmente il proprietario di un locale lì vicino. Serra non sentì le parole, solo il tono: quello che si usa quando qualcuno sta dicendo forse è niente, ma…. Fece qualche passo verso di loro. L’agente lo vide arrivare e accennò un cenno rapido, come a chiedere permesso di interrompere. «Dottor Serra. Una cosa al volo.» «Dimmi.» «Stavamo raccogliendo informazioni nella zona. Qui di fronte c’è un’attività che ha una telecamera esterna. Punta sulla strada. Inquadra anche l’ingresso del palazzo.» Serra non cambiò espressione. «Funziona?» «Pare di sì. I file ci sono. Non li abbiamo ancora analizzati. Non so dire cosa si veda, né in che qualità. La stiamo acquisendo adesso.» Non disse altro. Non fece ipotesi. Non pronunciò parole inutili. Era un’informazione grezza, ancora sporca di contesto. Ma bastava. Serra alzò lo sguardo verso l’ingresso del palazzo. Da lì, la porta era solo una sagoma scura incassata nel muro, una delle tante. Un luogo di passaggio, niente di più. Eppure, per la prima volta, ebbe la sensazione netta che quella soglia — vista dall’esterno — potesse raccontare una storia completamente diversa da quella che aveva appena lasciato alle spalle. «Bene», disse infine. Poi cambiò tono, quasi impercettibilmente. «Dov’è.» L’uomo della scientifica lo guardò un istante, come se stesse valutando se quella richiesta fosse formale o personale. Poi fece un mezzo cenno con la testa e indicò il locale poco più avanti, sul lato opposto della strada. Le luci erano ancora accese. Dentro, qualcuno stava pulendo il bancone, ignaro di tutto. Attraversarono senza fretta. Nessuna sirena, nessuna corsa. Serra entrò per primo. L’aria sapeva di caffè vecchio e disinfettante. Il proprietario, un uomo magro con le maniche arrotolate, smise di asciugare un bicchiere quando li vide avvicinarsi al monitor fissato dietro al bancone. Disse qualcosa, una frase di giustificazione, forse di scuse. Serra non ascoltò. Lo schermo era piccolo. Troppo piccolo per quello che stava mostrando. L’uomo della scientifica non ci mise molto a far partire il filmato. Nessun suono. Solo immagini sgranate, leggermente inclinate, la prospettiva fissa sulla strada. L’ingresso del palazzo occupava metà dell’inquadratura. Auto che passavano. Un motorino. Due persone che si fermavano a parlare e poi sparivano fuori campo. Normalità. Serra si fermò a un metro dal monitor. Non disse niente. Non si avvicinò di più. Rimase così, di spalle, le mani lungo i fianchi, il corpo perfettamente immobile. Le immagini continuarono a scorrere. Qualcosa accadde. Non fu un evento spettacolare. Nessun lampo, nessuna interruzione. Solo una sequenza che, per chiunque altro, avrebbe potuto sembrare identica a quella precedente. Eppure Serra sentì un peso improvviso al centro del petto, come quando il cervello riconosce qualcosa prima ancora di capirla. Lo schermo mostrava ancora l’ingresso del palazzo. Poi Serra vide qualcosa che non tornava. Non un’ombra, non un riflesso. Una presenza. Fece un passo avanti d’istinto. «Fermo un attimo», disse. Senza chiedere permesso allungò la mano e prese il mouse dalle dita del tecnico. L’altro non oppose resistenza, come se in quel gesto ci fosse qualcosa di inevitabile. Serra trascinò il cursore indietro. Poi avanti. Ancora indietro. Avanti di pochi secondi. Guardava con attenzione ossessiva, come chi rilegge la stessa riga perché è convinto di averla capita male. Le immagini erano banali. L’ingresso del palazzo, la strada, una macchina che passa lenta, un uomo che attraversa senza fretta. Poi lui. Entra. Scompare oltre la porta. Serra fece scorrere avanti. Minuti. Altri passanti. Un motorino. La luce che cambia impercettibilmente. Poi di nuovo lui. Esce. Stesso passo. Stessa figura. Stessa andatura. Serra tornò indietro di nuovo, con un movimento secco. Avanti. Indietro. Avanti ancora. Il tecnico fece un mezzo passo indietro. Il proprietario del locale restò immobile, il panno ancora stretto in mano. Nessuno parlava. Si sentiva solo il clic nervoso del mouse e il ronzio leggero del monitor. Serra si avvicinò ancora di più allo schermo. Il volto era teso, contratto in un’espressione che non gli apparteneva. Non era concentrazione investigativa. Era incredulità pura. Quella che arriva quando il cervello riconosce qualcosa che, semplicemente, non dovrebbe esistere. Mandò il video avanti e indietro ancora una volta, poi un’altra. Sempre gli stessi gesti. Sempre la stessa figura. Nessuna sovrapposizione. Nessun trucco evidente. Nessun salto. Senza distogliere lo sguardo dallo schermo, parlò come se stesse commentando un dettaglio irrilevante: «Acquisite tutto. Secondo protocollo. Originale, copia di lavoro e backup.» Il tecnico annuì, già pronto a eseguire, mentre Serra continuava a guardare, come se quelle parole fossero uscite da una parte di lui rimasta in automatico, l’ultima ancora funzionante. Le immagini finirono. Serra lasciò il mouse sospeso per un secondo, poi lo posò lentamente sul bancone, come se avesse paura che anche quel gesto potesse alterare ciò che aveva appena visto. Non disse altro. Non chiese spiegazioni. Non chiese orari, né nomi, né conferme. Guardava lo schermo spento come si guarda qualcosa che continua a esistere anche quando non lo vedi più. Qualunque cosa fosse passata davanti a quella telecamera, non rientrava in nessuna dinamica che conosceva. Non era un errore tecnico. Non era un’illusione ottica. Non era qualcosa che potesse essere archiviato con una nota a margine. Il problema, lo capì in quel momento, non era trovare una spiegazione. Il problema era che l’aveva visto. E da lì in avanti, ogni tentativo di far finta di niente sarebbe stato una menzogna deliberata.